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Le fonti letterarie

Bute ed altre storie di coloro che si lanciarono verso l’ignoto

Il percorso letterario e musicale che si propone con il progetto Bute, oltre il canto delle sirene vuole porre la figura di questo leggendario eroe della mitologia greca come emblematico punto di partenza per definire e creare un particolare itinerario fantastico, nel quale il tema del viaggio e dell’esplorazione dell’ignoto, assume un valore centrale, assieme a quelli del coraggio, della curiosità, dello stupore, ma anche della profonda insicurezza di chi osa, di chi affronta ciò che sta oltre la certezza del quotidiano. 

Il filo del racconto e degli spunti letterari e delle realtà del percorso proposto, partendo dal canto della figura di Bute, dipinto da Apollonio Rodio e ripreso dal letterato e filosofo francese Pascal Quignard, si snoderà con un viaggio attraverso tutta una serie di tappe od episodi, come quella fondamentale del racconto dell’Ulisse del canto XXVI dellInferno dantesco, di chi, nell’utopico miraggio di “seguir virtute e canoscenza”, vuole sfidare il destino oltrepassando le colonne d’Ercole.

Dopo il primo episodio, che racconta il gesto e le peripezie dell’argonauta, ne seguiranno altri dieci  in cui si snoderà la narrazione letteraria, musicale e visuale del progetto.

1. OLTRE IL CANTO DELLE SIRENE

E’ soprattutto sul senso di quello che abbiamo chiamato ‘il gesto di Bute’ che abbiamo concentrato la nostra attenzione. Egli infatti, nell’udire il canto delle sirene, che Quignard definisce come dotato della “potenza folgorante del canto animale”, si tuffa in mare senza pensarci due volte, per poi venire salvato da Afrodite, che lo afferra in volo, nel momento in sui si sta sfracellando sugli scogli. Ed è senz’altro significativo il contrasto dell’atteggiamento di un Bute, anarchico e selvaggio, con quello di Orfeo, anch’egli su quella nave membro dell’equipaggio. Egli infatti, come ci racconta Apollonio, analogamente a Bute, compie un gesto immediato, “senza ritegno”, però da musicista, che fa? Afferra la sua cetra Bistonia, attacca le corde dello strumento e riesce, nell’immediato, a farle risuonare con grande forza. Crea una specie di controcanto, forte e pulsante, con un ritmo così rapido e rumoroso, elaborato in maniera tale, che le corde dello strumento riescono a contrastare, la forza trainante della voce di quegli esseri. La differenza di strategia, nell’affrontare il pericolo ‘sirene’, risulta ancora più evidente se si ricorda quella dell’Ulisse omerico che in un frangente analogo, come è noto a tutti, si era fatto legare all’albero della barca, mentre aveva fatto tappare le orecchie con della cera agli altri membri dell’equipaggio, per poter solo lui sentire quel canto: questo per la sua proverbiale sete di esperienze di conoscenze!

TESTO : (da Boutès di Pascal Quignard, ispirato all’episodio del tuffo di Bute delle Argonautiche di Apollonio Rodio).

[…] All’improvviso, Bute abbandona il suo remo, si alza e si tuffa nel mare. Nuota con forza, tra le onde agitate e abbandona i compagni argonauti. Si intravede la sua testa allontanarsi, fendendo la cresta del mare.  Si alza e si abbassa tra i flutti sempre più minacciosi. In prossimità dei primi scogli dell’isola. Nuota con grande vigore: fino a tanto il suo cuore pulsa e lo muove per poter ascoltare le voci acute degli uccelli con testa e seni di donna. Teso e grondante si avvicina sempre più, nuotando con quanta forza possono le sue braccia, riesce ad intravedere i verdi prati: è quasi in procinto di raggiungere la riva. La riva dell’isola che canta, dell’approdo in-cantante, della terra incantatrice, nel momento stesso in cui Bute sta per raggiungere la sua meta, gli uccelli con testa e seni di donna fanno di tutto per ostacolarlo, per rendergli ardua la salvezza. Ma Afrodite decide di stapparlo alla forza delle onde.Ecco: ora Bute vola! Vola tra le braccia di Afrodite, avvinghiato al suo corpo: ecco, ora Bute la penetra! Ma Afrodite, con Bute tra le braccia, raggiunge le coste della Sicilia e lo getta in mare. Bute con il suo corpo nudo, sessuato, precipita inesorabilmente nelle acque del mar Tirreno.

2. ESUMIN

Perdendo di vista gli esiti del gesto di Bute, nella notte dei tempi, crediamo di aver trovato tra i primi antropoidi, tracce dello ‘spirito di Bute’, di quella necessità inarrestabile, di spiccare il volo, di muoversi, di indagare, di cercare nuovi orizzonti, in un uno strano essere, chiamato Esumim (acronimo di Essere Umano In Movimento), così come ce lo presentano due studiosi, Guido Barbujani e Andrea Brunelli ne Il giro del mondo in sei milioni di anni. Passo dopo passo ci guidano attraverso i loro studi sulle tracce genetiche dei primi ominimi (così loro chiamano l’uomo e tutte le specie umane estinte), disseminate qua e là su tutto il globo, in una miriade di reperti. Tracce che ci raccontano di un labirinto di movimenti migratori. Dai primi ominimi, attraverso le diverse evoluzioni, fino al sapiens, partendo dall’Africa ed espandendosi sul pianeta, in ogni dove, superando barriere insormontabili, mari, oceani: è una conferma di quello che cerchiamo, di quello spirito di ancestrale nomadismo che spinse i primi abitanti a ad andare a vedere cosa c’era dietro quella collina, quella montagna, oltre quel mare.

TESTO: (da Il giro del mondo in sei milioni di anni di Guido Barbujani e Andrea Brunelli)

[…] in fondo alle gambe non abbiamo radici, ma piedi […] ci siamo divertiti non si stava mai fermi […] Il primo passo è sempre il più difficile. Mi ricordo benissimo com’è andata.…Io, per cominciare, non ci tenevo proprio: sugli alberi…..ci si stava alla grande. E ci siamo stati per un pezzo, eh? Sì, è vero: quando poi quasi tutti erano andati giù, e si azzardavano a muovere i primi passi senza aiutarsi con le mani – cosa che a me pareva, più che inutile, ridicola e pericolosa, quando ormai erano tanti quelli che si aggiravano là per terra, in modo che il primo leopardo di passaggio potesse sbranarli con comodo!

3. LUNA

E il linguaggio di Esumim può ricordare quello di Qfwfq, il bizzarro nome che Italo Calvino nelle Cosmicomiche dà al capostipite di una famiglia dei primi esseri che hanno abitato il pianeta: anche per costoro, nel tono gioiosamente surreale del narrare di Calvino, la necessità dI movimento si manifesta impellente.

TESTO: (da Le Cosmicomiche di Italo Calvino).

[…] Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta.

4. ZAIRA

Così il Calvino de Le città invisibili attraverso gli immaginari racconti di Marco Polo al Gran Khan,  ci conduce in luoghi che stanno oltre la realtà, ma che nello stesso tempo hanno qualcosa di vivido, di profondamente reale e riconoscibile. Realtà che si presenta nella forma del caos, delle innumerevoli tipologie di città, di questo mondo in cui il viaggiatore instancabilmente curioso si è buttato: il Marco Polo di Calvino lo chiama “Inferno dei viv[…] Ora voi mi chiederete cosa diavolo andavamo a fare sulla Luna, e io ve lo spiego. Andavamo a raccogliere il latte, con un grosso cucchiaio ed un mastello. Il latte lunare era molto denso, come una specie di ricotta.enti”.  Se ogni città ha un nome di donna, ognuna si presenta come un enigma da decifrare, una sua ambiguità, un doppio volto, in una completa sospensione di certezze. Così anche la città di Zaira con i suoi alti bastioni, gli archi i porticati, le lamine di zinco, il cui senso si evince dalle relazioni delle sue proporzioni con gli «avvenimenti del suo passato», della memoria di cui ogni angolo e anfratto portano con sé.

TESTO: (da Le città invisibili di Italo Calvino)

[…] La distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un impiccato […] L’altezza della ringhiera e il salto dell’adultero che scavalca all’alba […] Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato […]

5. GWAILOR

Iniziamo così ad esplorare città reali attraverso lo sguardo di grandi viaggiatori, come la città indiana di Gwailor descritta nelle pagine di viaggio da Stefan Zweig, uno dei pochi spiriti autenticamente cosmopoliti, grande scrittore e giornalista, vissuto tra due guerre mondiali. In lui una profonda ansia per l’ignoto, una ricerca di qualcosa che lo ponesse in confronto con un limite: cercava indubbiamente qualcosa di ‘perturbante’. Questo un suo celebre motto: “Il viaggio deve essere sperpero, rinuncia all’ordine per il caso, al quotidiano per lo straordinario”.

TESTO: (Da Quel paesaggio lontano di Stefan Zweig).

[…] indimenticabili viuzze fra loro intrecciate […] questo tintinnante e ottundente garbuglio di cavalli, asini, cammelli, elefanti, vacche, di bambini nudi che giocano fra le case […] Gwalior, quella famosa, è la fortezza sulla ripida cresta montuosa che s’erge all’improvviso dalla pianura.  A simili altezze solitarie, su queste dure pietre inamovibili la storia scrive le sue lettere […] Ripido sale il cammino attraverso sei gigantesche porte consecutive […] All’ultima porta, non appena si fa per entrare nel palazzo smaltato dei Mogul […] si prova quell’intimidazione delle buie roccaforti, quel brivido da fortezza dinanzi a queste spesse e fredde porte di sasso, da cui mille volte fuoriuscì la morte […] Dalle nicchie giunge lo sguardo fisso di occhi spalancati di divinità, miniature d’elefanti arrotolano la loro proboscide in ghirlande attorno alla pietra […]

6. GABBIE

Forte è il contrasto di questa India lussureggiante e piena di fascinazione con quella, più crudamente contemporanea, di Notturno indiano di Antonio Tabucchi, nei meandri di una Bombay disseminata di tanta miseria, tante contraddizioni, tanti ostacoli, di un personaggio che si perde; si perde, nel quartiere delle prostitute di Bombay, tra le sue baracche: il quartiere delle gabbie. Qui, in questo caos, in questo labirinto (é l’inferno dei viventi di Calvino?), aspetti apparentemente trascurabili diventano qualcosa di visibile, di vivido che odora di presenza. ll saggio indiano citato nel testo del pezzo musicale Paramahansa ci suggerisce che per ogni domanda sul labirinto umano  esiste una sola risposta: “non c’é nulla che tu debba sapere, l’essere é in ogni dove”.

TESTO: (da Notturno Indiano di Antonio Tabucchi).

[…] Le costruzioni del “quartiere delle Gabbie” son di legno e stuoie, le prostitute stanno in casupole di tavole sconnesse con la testa fuori da un pertugio. Casupole poco più grandi della garitta di una sentinella, baracche e tende di stracci […]

7. JAM EL FNAA

Quindi ritroviamo in Makbara, nella visione quasi allucinata dello scrittore spagnolo, Juan Goytisolo, un’altra immagine di una ‘città reale’: Marrakech e della sua animatissima piazza, Jam el Fnaa. Narrata con un tono che oscilla tra l’epico, il quotidiano e un’oratoria che ricorda quella dei cantastorie che animano la vita e il brulichio di questo centro nevralgico del Nordafrica.

TESTO: (da Makbara di Juan Goytisolo)

Jemaa el-Fna […] Agorà, rappresentazione teatrale, punto di convergenza, spazio aperto e plurale, vasto contado di idee […] viaggiatore in un mondo mobile ed erratico : adattato al ritmo dei più : in un piacevole e inquieto nomadismo : piccolo ago in un pagliaio : perso nel mare magnum  di odori, sensazioni, immagini, multiple vibrazioni acustiche […] La moltitudine deborda nel traffico della strada, circondata di automobili, carrozze, circonda i carretti dei portatori, assedia i greggi di pecore e di capre, assume le caratteristiche di un grandiosa manifestazione senza oggetto […]

8. DESERTO

Perdersi, smarrirsi, caos, inferno dei viventi: sono i contenuti e i temi  che emergono, via via, in queste nostre peregrinazioni libresche dei vari ‘spiriti di Bute’ cha abbiamo visto buttarsi nel mondo, nell’ignoto. E quale luogo più congeniale per perdersi, se non il deserto? Per l’esattezza quello in cui si avventurano i protagonisti de Il té nel deserto (titolo italiano di The sheltering Sky) di Paul Bowles, alla ricerca di esperienze forti, del fascino dell’esotico, di cui respirano il colore, il senso di infinito, di limite e di soglia estrema, che il deserto trasmette in maniera potente.

TESTO:

(Da Il té del deserto di Paul Bowles)

[…] La città era invisibile, non si vedeva una luce, ma verso Nord, baluginava bianco il deserto, vasto oceano di sabbia dalle turbinanti creste cristallizzate e dal silenzio assoluto.

[…] una larga striscia, una lunga cresta grigia, niente del tutto, poi ancora una volta une sottile demarcazione a matita tra terra e cielo.

9. KRAKEN

Tornando alle atmosfere marine, ci immergiamo, attraverso la smagliante prosa poetica di Julio Cortazar in Prosa del obsevatorio, direttamente dentro la magia di un movimento migratorio, che è ciclico e ineluttabile: un inno alla mobilità che però non appartiene  agli umani, bensì alle anguille! Nelle profondità atlantiche inizia a snodarsi una multiforme serpentina fino alle Antille, in un ambiente marino popolato di larve, plancton ed anche dal mostro marino della mitologia nordica, enorme polipo o calamaro: il Kraken. Fortissimo è il contrasto con la ‘non-libertà’, con la grigia monotonia e lo squallore della vita di un marinaio di guardia mezzo ubriaco.

TESTO: (da Prosa del osservatorio di Julio Cortázar)

Così la galassia nera corre nella notte, come pure l’altra, dorata, corre immobile.

Ci sono stelle, ci sono anguille che nascono nelle profondità atlantiche e cominciano, perché in qualche modo bisogna cominciare, a seguirle, a crescere.

Larve traslucide galleggiando tra due acque, anfiteatro ialino di meduse e plancton, bocche che aspirano in una suzione interminabile, i corpi come collegati in una multiforme serpentina.

Spunterà Kraken, inoffensivo e terrible, per iniziare la migrazione al limite dell’oceano, mentre l’altra galassia mette a nudo i suoi gioielli.

Si arresta il marinaio di guardia che, attraverso il collo di una bottiglia di rum o di birra, intravede la sua indifferente monotonia e maledice, per ogni sorso, un destino di rotte marine, un salario da fame, una donna che sta facendo l’amore con qualcun altro, nei porti della vita.

10. ULISSE

Tornando al mondo greco, ci imbattiamo nei flutti del mare dell’Ulisse dantesco, quello del girone più profondo dell’Inferno. Se nell’eroe greco descritto da Dante ci pare di individuare tratti di quello che abbiamo definito “spirito di Bute”,  quest’Ulisse tuttavia si lascia dietro le spalle quell’istinto proprio di un Bute bruto e selvaggio: in lui c’è il senso consapevole di una sfida, di uno spirito assetato di “canoscenza” (la conoscenza nel bellissimo suono di questa parola dantesca). Ulisse, nell’ultimo girone dell’Inferno, viene punito anche perché sfida il divino, per la sua superbia, per il tentativo di superare le colonne d’Ercole: la barriera invalicabile del mondo occidentale. In fondo torniamo a parlare di inferno: per Calvino “l’inferno dei viventi”, era la realtà stessa, ma questo di Dante è, inesorabilmente, l’inferno dei morti, il cui ordine perfetto, di città sotterranea, allontana, esorcizza  la paura dell’ignoto, del caos, dell’indistinto.  L’ignoto, di quel mare, nel quale un Bute, tutto istinto animale e gioia selvaggia, e un Ulisse, assetato di canoscenza, sfidando il destino e la volontà degli dei, si erano avventurati coraggiosamente.

TESTO:

(da La divina commedia, canto 26 di Dante Alighieri)

[…] L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, 

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, 

e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi 

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi […]

[…] O frati», dissi «che per cento milia 

perigli siete giunti a l’occidente […]

[…] Considerate la vostra semenza: 

fatti non foste a viver come bruti, 

ma per seguir virtute e canoscenza […]

[…] quando n’apparve una montagna, bruna 

per la distanza, e parvemi alta tanto 

quanto veduta non avea alcuna 

 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, 

ché de la nova terra un turbo nacque, 

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque; 

a la quarta levar la poppa in suso 

e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.

11. BARDOSH

Abbiamo voluto infine apporre una coda a questo exursus con un’irruzione brutale di realtà, di cronache sempre  di un mare che con la sua forza tragica, è  luogo di transito e nello stesso tempo insormontabile ostacolo a movimenti, migrazioni, viaggi, esplorazioni. Per questo ci pare di non poter fare a meno di aprire uno sguardo, sul reale inferno dei viventi, su quello delle migrazioni per necessità. Per questo non possiamo fare a meno di pensare ai mari di oggi e alle tragedie che si consumano con sempre maggior frequenza. Facendo un salto indietro, siamo tornati alle tragiche vicende che risalgono all’anno 1997, ricostruite dal coraggioso giornalista Alessandro Leogrande, nel libro titolato Il naufragio, dove è’ la voce di uno dei testimoni a parlare: quella del naufrago albanese Bardosh.

TESTO: (da Il naufragio di Alessandro Leogrande)

[…] dal freddo improvviso. È sott’acqua. Intorno è tutto nero, non riesce a distinguere nulla. Qualcosa sembra tenerlo incollato, immobile. Qualcosa sembra spingerlo giù. Istintivamente si leva di dosso il giubbotto troppo pesante, e riesce a risalire a galla. La Kater è completamente capovolta, tutti quelli che erano sul ponte sono stati sbalzati in mare, alcuni corpi galleggiano intorno inermi. Bardhosh pensa nuovamente alla moglie e ai figli nella stiva, a testa in giù, nella motovedetta sottosopra che imbarca acqua. Lotta rabbiosamente con le onde per raggiungerla, deve trovarli […]